Mario Salvi assassinato da un agente il 7 aprile 1976 .
Dal Manifesto del 7 aprile 2026
Mario Salvi era un figlio della Primavalle ribelle. Quel quartiere proletario dell’allora estrema periferia di Roma nato dagli sventramenti del centro storico popolare operati dal fascismo.
Ancora negli anni ’70 era caratterizzato dalla più alta densità abitativa e dal più basso tasso di scolarizzazione e alfabetizzazione della Capitale.
DOPO essere stata protagonista del ciclo di lotte del dopoguerra romano, la borgata si affacciava agli anni ’70 con una rinnovata conflittualità: le autoriduzioni delle tariffe della luce e del telefono, dei fitti, dei trasporti pubblici, la lunga vertenza per ottenere una casa dignitosa per gli abitanti delle fatiscenti casette dello Iacp, le occupazioni, le lotte contro i doppi e tripli turni nelle scuole, la conquista dei consultori. A fianco delle sezioni del Pci e del Psi in pochi anni aprirono le loro sedi quasi tutti i gruppi della nuova sinistra: Lotta Continua, Avanguardia Operaia, Potere Operaio, Stella Rossa, la nascente autonomia operaia.
Qui cresceva Mario Salvi, primo di quattro figli, padre muratore comunista e madre casalinga, attivista del Circolo Vittoria Nenni del Psi. Frequentando l’Istituto Tecnico di via di Vallombrosa aveva iniziato a partecipare alle manifestazioni studentesche e all’occupazione
della sua scuola e fin da subito si era misurato con i quotidiani scontri con i fascisti che si susseguivano nella zona nord di Roma. Con un gruppo di giovani compagni del quartiere, di cui era il leader naturale, si era affacciato alla militanza politica iniziando a frequentare la sezione Mariano Lupo di Lotta Continua.
Insoddisfatto e insofferente, dopo un breve passaggio a Stella Rossa, era approdato con i suoi compagni al Comitato Proletario di Primavalle, struttura che allora aderiva ai Comitati Autonomi Operai.
In breve era diventato un punto di riferimento nell’organizzazione delle autoriduzioni; le casalinghe di vedetta contro i distacchi della corrente elettrica, appena avvistavano le auto degli staccatori dell’Enel, dai balconi iniziavano a chiamare a gran voce: «Mario, Mario!».
E LUI ERA PRONTO, accorreva con i compagni del Comitato a organizzare i picchetti. La sua determinazione e la sua generosità nel lanciarsi sempre in prima fila, lì dove c’era da scontrarsi, da rischiare, lo condussero a divenire responsabile della squadra del servizio d’ordine di piazza del Comitato, da lui ribattezzata con orgoglio Simba, dal nome dei giovanissimi guerriglieri congolesi degli anni ’60, che coltivavano il mito dell’invulnerabilità dalle armi nemiche.
Ma, come i giovani Simba, neanche Mario Salvi, nonostante il suo coraggio, era invulnerabile.
SONO PASSATI cinquant’anni da quella sera del 7 aprile del 1976 quando Mario Salvi, assieme ai suoi Simba, lasciando una parte del Comitato Proletario impegnato in un’assemblea con le autoriduttrici nel quartiere, si unì alla protesta sotto il ministero della giustizia. Quel giorno infatti la Cassazione aveva confermato la condanna a nove anni a carico dell’anarchico Giovanni Marini, colpevole di aver reagito, nel luglio del 1972, a Salerno, a un’aggressione di un gruppo di fascisti.
Marini riuscì a disarmare del suo coltello il missino Carlo Falvella che, nella colluttazione, fu ferito mortalmente.
MARIO e i suoi compagni, raggiunto il retro del ministero, dopo aver gridato «Marini libero», lanciarono alcune bottiglie incendiarie contro un muro laterale del palazzo. Si allontanarono con calma, senza correre, disperdendosi nei vicoli attorno a Campo de’ Fiori.
Un agente di custodia in borghese, Domenico Velluto, che doveva essere di guardia a un ingresso secondario del ministero, a diverse decine di metri di distanza dal muro contro il quale erano state lanciate le bottiglie incendiarie, si lanciò in un inseguimento nei vicoli, quasi una caccia ai dimostranti.
IMPUGNATA fin dai primi metri la pistola d’ordinanza, avvistati due giovani che si allontanavano lungo via San Salvatore in Campo, ormai quindi a più di un centinaio di metri dal ministero, senza qualificarsi e senza intimare l’alt, sparò quattro colpi.
Le successive dichiarazioni di Velluto sull’alt intimato, sui primi colpi sparati in aria, sull’illuminazione stradale «solo quella sera» non funzionante, confermate solo da un suo collega che lo seguiva, furono smentite dagli altri testimoni.
Nessuno sentì l’agente intimare l’alt, già il primo colpo fu sparato a gambe divaricate, impugnando la pistola a due mani e con le braccia parallele al suolo. Gli ultimi due colpi, dichiararono due testimoni, furono esplosi da non più di dieci metri di distanza, come fu ammesso dallo stesso Velluto nel primo interrogatorio. Mario Salvi fu colpito alla nuca, il colpo gli spappolò la prima vertebra e l’encefalo senza lasciargli scampo.
IN REALTÀ Mario Salvi fu colpito dopo l’angolo con via degli Specchi, quando aveva già svoltato da via San Salvatore in Campo, lì dove cadde esanime. Le perizie medico legali esclusero che, con il danno causato dal colpo subito, potesse aver fatto qualche passo, addirittura girato l’angolo della strada. La morte fu istantanea. In questo caso, come dimostrò l’avvocato Gentile per la parte civile, considerando l’incrocio la distanza di tiro si riduce ulteriormente a non più di 5/6 metri. Mario non aveva ancora compiuto i 21 anni di età.
NONOSTANTE la legge Reale, l’evidenza dei fatti condusse per la prima volta un appartenente alle forze dell’ordine, che aveva fatto fuoco uccidendo un manifestante, all’arresto. Arrestato il 15 aprile, Velluto fu comunque scarcerato alla fine di agosto a causa delle condizioni di salute e per il «sincero pentimento» dimostrato. Il processo in Corte d’Assise si celebrò a luglio del 1977. Malgrado la richiesta di una condanna a sei anni, avanzata dal pm Gianfranco Viglietta, il processo si concluse con l’assoluzione di Velluto per uso legittimo delle armi.
La sera dell’8 di luglio, giorno dell’assoluzione, Velluto si recò a festeggiare con un gruppo di amici nel ristorante Sora Assunta. Lì due giovani entrarono nel locale e fecero fuoco contro di lui. I colpi raggiunsero un suo commensale, Mauro Amato, che rimase ucciso. A dicembre, immotivatamente, il procuratore di Roma, Giovanni Di Matteo, ritirò la richiesta di appello avanzata da Viglietta. La sentenza assolutoria divenne così definitiva.
DI MARIO SALVI resta una targa che ne ricorda la morte in via degli Specchi e una piazza a Primavalle che, all’indomani della sua morte gli fu spontaneamente dedicata dagli abitanti del quartiere, nonostante per la toponomastica ufficiale sia ancora Piazza Clemente XI, uno dei papi peggiori che la storia ricordi.
In quella piazza, che per tutti coloro che vivono nel quartiere era e resta “piazza Mario Salvi”, ci sono due targhe murarie dedicate, così come recitano, al giovane «comunista rivoluzionario di Primavalle».
Una apposta pochi giorni dopo la sua morte, a sostituire un primo cartoncino attaccato la notte stessa della morte di Mario, l’altra affissa il 7 aprile 2013, proprio all’angolo tra la piazza e via Federico Borromeo, la via principale del quartiere, firmata «I ribelli di Primavalle».
È in questa piazza che tutti gli anni il 7 di aprile, da cinquant’anni, Mario Salvi viene ricordato.
Walter Rossi (Roma 1977)
Walter Rossi è stato un giovane militante di sinistra ucciso in un agguato di fascisti e polizia a Roma il 30 settembre 1977 durante gli anni delle lotte politiche e sociali che hanno attraversato l’Italia degli anni Settanta. La sua morte rappresenta uno degli episodi più significativi della violenza fascista di quel periodo e continua ancora oggi a essere ricordata da movimenti, associazioni e cittadini.
Questo sito è dedicato alla memoria di Walter Rossi e raccoglie documenti, testimonianze, materiali storici e iniziative che ne ricordano la figura e il contesto in cui visse. Attraverso archivi, immagini e approfondimenti è possibile conoscere la sua storia, le vicende legate alla sua uccisione e il significato che essa ha avuto nella storia dell’antifascismo a Roma.
Nel sito, curato dall'Associazione Walter Rossi, sono presenti sezioni dedicate alla storia di Walter Rossi, alla documentazione dei fatti del 1977, alle iniziative commemorative e ai contributi culturali e politici che negli anni hanno mantenuto viva la sua memoria.