Walter
La storia di Walter Rossi, giovane romano
di venti anni assassinato in un agguato coordinato tra polizia e
fascisti, fa parte del lungo elenco di tragedie politiche che
hanno caratterizzato e marcato indelebilmente settanta anni
di “democrazia” repubblicana.
Tragici eventi che hanno visto
protagonisti servizi segreti civili e militari, forze dell’ordine,
fascisti, gruppi stranieri, organizzazioni più o meno segrete,
l’Alleanza Atlantica, le basi americane presenti in Italia, il
tutto coperto e protetto dalla magistratura e dalla classe politica.
Come tutti sanno, di gran parte di questi
fatti di sangue non si conoscono mandanti ed esecutori, per molti altri
è stata garantita l’impunità.
Abbiamo perso da tempo l’illusione che il
cambiamento della vecchia e corrotta classe politica, sperato negli
anni settanta e ottanta, facesse finalmente luce su grandi vecchi,
servizi deviati, oscure manovre della Cia e fascisti senza controllo.
La nostra innocenza politica ci ha fatto credere e sperare che alla
fine i buoni avrebbero vinto contro i mostri, che gli impegni scritti e
sanciti dalla Costituzione e dalle leggi fossero infine rispettati.
Così non è stato e non sarà, almeno fino a
quando non si ripresenteranno le condizioni per nuove rappresentanze
sociali e politiche che riportino al primo posto del loro programma i
valori base della convivenza civile quali libertà, indipendenza,
giustizia, uguaglianza.
Così non è stato, anche perché ci siamo
resi conto che i mostri non esistono, non ci sono burattinai e servizi
deviati, fascisti impazziti e agenti segreti stranieri super
addestrati, ma solo e soltanto gli interessi del potere economico e
finanziario, nazionale ed internazionale, e della classe politica che
lo rappresenta.
Così non è stato perché anche i buoni non
esistono, il fascino del potere ha corrotto gli incorruttibili,
cambiato il senso dei valori, stravolto i principi.
Guardandoci intorno comprendiamo a cosa è
servito tutto questo sangue e le enormi menzogne che lo hanno
accompagnato, gli scopi di allora sono stati raggiunti, lo
sconvolgimento radicale del contratto sociale nato alla fine
dell’ultimo conflitto, profondamente vincolato dai valori dalla
resistenza antifascista, è stato in gran parte compiuto.
Viviamo oggi in uno stato che ha fatto
dell’emergenza la sua costante: emergenza contro le stragi, contro il
terrorismo, contro la malavita organizzata, contro la corruzione,
l’immigrazione, l’islam, l’aids, la droga, internet, lavavetri e
quant’altro può alimentare il terrorismo mediatico e istituzionale per
giustificare un sistema che ha come scopo principale difendere se
stesso, o per meglio dire, coloro che di questo sistema sono i
principali beneficiari.
La realtà di oggi conferma la volontà di
chi, ieri, ha messo bombe, costituito organizzazioni clandestine per un
rafforzamento del controllo sociale, per il passaggio da una democrazia
formale repubblicana ad uno stato di polizia dove fossero ridotti al
silenzio qualsiasi stimolo innovatore e critica sociale.
Leggendo le storie monche della P2, di
Gladio, dei tentativi golpisti degli anni ’70, della strategia della
tensione, viene chiaramente alla luce il progetto di restaurazione in
senso autoritario della giovane e traballante democrazia repubblicana:
repubblica presidenziale, ridefinizione del sistema elettorale, maggior
controllo dei conflitti sociali, minor stato sociale, più controllo
poliziesco. In sintesi la funzione tradizionale di mediazione dello
stato nello scontro tra il conservatorismo dei potenti e il
progressismo delle masse, si trasforma in pura struttura di repressione.
Non a caso le ultime grandi conquiste
civili di questo paese si ottengono alla fine degli anni settanta per
l'azione di movimenti sociali composti da lavoratori, studenti, donne,
disoccupati, conquiste come lo statuto dei lavoratori, il divorzio,
l’obiezione di coscienza, la proposta di riforma del codice di
procedura penale.
Un periodo che vede le
organizzazioni tradizionali della sinistra e quelle sindacali
completamente spiazzate dalla fortissima spinta innovatrice di settori
sociali sempre più vasti e radicali, impotenti a svolgere il ruolo di
controllo e moderazione di cui erano garanti sin dal primo dopoguerra.
Il passaggio di campo del PCI di
Berlinguer con la strategia del compromesso storico è un ulteriore
fondamentale aiuto al processo d’emarginazione e criminalizzazione di
intere generazioni e soggetti sociali, l’inizio del Pensiero Unico, la
trasformazione del primo partito di classe occidentale nel più spietato
partito giustizialista italiano.
Quello che era il principale riferimento
popolare di opposizione si identifica completamente con le leggi
speciali e la repressione, invitando sistematicamente alla delazione i
propri iscritti, utilizzando tutto il proprio potere istituzionale
contro i “sovversivi”, dai magistrati all’uso di aziende
municipalizzate per la schedatura e la repressione fisica, come a
Bologna nel 1977 contro gli studenti.
Si può e si deve parlare a lungo di
questo, le conseguenze le stiamo scontando ancora oggi, non ultima la
persistente omertà e copertura che anche governi di “sinistra” hanno
garantito ai criminali di allora e di oggi.
Lo stravolgimento del Diritto Civile che
impone il principio inquisitorio, leggi che puniscono l’intenzione di
commettere reati, la corresponsabilità morale, la retroattività, il
fermo di polizia, la carcerazione preventiva, l’impunibilità dei
crimini commessi dalle forze dell’ordine, in pratica la legalizzazione
della pena di morte, il potere enormemente ampliato delle forze di
polizia di perquisire, intercettare, limitare i movimenti fino al
confino di fascista memoria, oggi chiamato soggiorno obbligato.
E poi le leggi “speciali” che permettono
di calpestare impunemente i più elementari diritti civili,
completamente in contrasto dei diritti costituzionali.
Le perquisizioni personali senza
autorizzazioni del magistrato, il concetto delle armi improprie a
discrezione degli agenti, il reato di “travisamento”, il
ridimensionamento delle nullità riguardanti la violazione dei diritti
dell’imputato, le accuse agli avvocati difensori di favoreggiamento e
concorso morale.
Per finire con le colpe di opinione come
l’introduzione di reati come “l’associazione a fini di terrorismo e
contro l’ordinamento democratico” che si accompagna all’associazione
sovversiva già esistente, al reato di “insurrezione contro lo stato”,
tutti reati associativi che puniscono il fine anche in assenza del
reato e che violano apertamente il principio sancito dall’art. 27 della
Costituzione che recita “La responsabilità è personale”.
Non possiamo dimenticare la vendetta
giudiziaria perpetrata con i regimi speciali di detenzione, la vergogna
delle carceri speciali dove i più elementari diritti sono concessi e
negati in forma premiale e ricattatoria a totale discrezione
dell’amministrazione penitenziaria, concetto che peggiora addirittura
l’art. 280 del regolamento Rocco del 1931 che prevedeva la decisione
del Magistrato di sorveglianza per i regimi di punizione.
Come non possiamo dimenticare le torture
più volte eseguite su indiziati e fermati nelle caserme e nei
commissariati, sia su detenuti politici che comuni, dagli anni
dell’”emergenza terrorismo” a Genova nel 2001.
Fino ad arrivare alla legge dei trenta
denari, la legge sui pentiti, dove il diritto penale viene totalmente
stravolto dalla delazione a pagamento dei peggiori assassini, i quali
vengono usati dalla magistratura per oscene montature e persecuzioni
giudiziarie, ricordiamo il 7 aprile, il caso Tortora tra i più
eclatanti. Pentiti pronti per ogni occasione, usati anche dalla mafia
contro cosche rivali, dai politici contro gli avversari.
E’ da sottolineare come in un paese dove
il rapporto tra forze dell’ordine e cittadini è tra i più alti del
mondo occidentale la lotta alla criminalità ha bisogno della delazione
per ottenere risultati! Ma a che servono allora tutte queste divise,
questi magistrati baluardi contro il malcostume e la corruzione, queste
leggi liberticide?
I politici, i magistrati, i media ci hanno
urlato quotidianamente che tutto ciò serviva contro il terrorismo, la
criminalità organizzata, la sicurezza dei cittadini, se fosse vero
avremmo allora sentenze certe nei tribunali su Piazza Fontana, Brescia,
Gioia Tauro, Peteano, Italicus, Bologna, treno 904, Ustica, il
Cermis, avremmo mandanti e responsabili in galera. Quello che invece
vediamo e che il terrorismo delle stragi di stato è tuttora impunito; i
responsabili di organizzazione clandestine armate, sovversive e
al soldo di interessi stranieri come Gladio sono ancora a piede libero,
anzi vengono ancora stipendiati da soldi pubblici; dei più di duemila
nomi dell’organizzazione P2 ne sono a conoscenza solo 950, tra questi
ultimi abbiamo la tessera n. 1806 che è attualmente leader
dell’opposizione e proprietario delle tre più grandi reti televisive
private italiane e del più grande gruppo editoriale italiano.
Quello che vediamo è che gli spazi per il
diritto di critica e di pensiero sono enormemente limitati, che i
diritti costituzionali sono calpestati, che la legge non è uguale per
tutti, che l’impoverimento coinvolge sempre più ampie fasce di
popolazione, che il precariato è diventato la regola del mercato del
lavoro, che il controllo sociale entra fino nelle nostre case con
intercettazioni telefoniche, videocamere, controlli satellitari. Che
opporsi significa essere messi al bando, che il pensiero unico è
indiscutibile. Che i Media sono asserviti completamente al potere, e
fanno della menzogna, della campagna diffamatoria il loro pane
quotidiano, che la polizia è impegnata a difendere l’ordine sociale e
non quello giuridico, che fascisti e razzisti sono in parlamento.
Quello che vediamo è che l’omertà
continua, coperta da tutte le forze politiche, i media, la
magistratura, che le responsabilità di ieri sono quelle di oggi, che i
morti che hanno insanguinato le strade di queste paese per difendere i
diritti di tutti sono ancora calpestati dall’infamia dell’accordo
politico in nome della spartizione bilaterale del potere.
Quello che vediamo è che il terrorismo di
stato ha raggiunto il suo scopo, impaurendo, ottenebrando la mente,
impedendo di vedere, giudicare, ragionare, ribellarsi.
Noi sentiamo che di fronte all’oblio
imposto e teorizzato dalla vergogna del voltare pagina, dimenticando le
vittime per accordarsi con gli assassini, la nostra lotta non è
semplicemente una rivendicazione di memoria, per la giustizia e
per la verità ma una battaglia per la riconquista della democrazia.
E’ tempo di affermare da che parte si sta,
da quella di chi spaccia la farsa di questa democrazia limitata,
dipendente e condizionata, vendendo valori e diritti a seconda delle
alleanze di governo e delle convenienze politiche del momento, oppure
da quella della gente che pretende il ripristino dello stato di
diritto, della verità, della giustizia.
Settembre 2007
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